Moni Ovadia a Caserta: “Cabaret Yiddish” in scena al teatro Parravano

cabaret-yiddish-moni-ovadiaDopo il weekend in cui protagonista sarà Laura Morante, la settimana del Teatro Comunale “Parravano” comincia subito con un altro interessante spettacolo, che porterà sul palco casertano uno spaccato della cultura ebraica. Interprete di questo racconto sarà l’attore e cantante Moni Ovadia, che in “Cabaret Yiddish”, in programma lunedì 16 gennaio alle 20.45, farà il ritratto dell’ebreo errante che si sposta per il mondo assorbendo la cultura dei Paesi ospitanti senza perdere mai le proprie radici: da qui nascono la musica Klezmer e il dialetto Yiddish, in origine lingua parlata dalla comunità degli Ashkenaziti e poi dialetto parlato dalla maggioranza degli Ebrei stanziati nell’Europa centrale e orientale e negli Stati Uniti d’America, in cui si fondono la scrittura ebraica, l’alto tedesco medio e gli elementi lessicali ebraici, slavi e neolatini.

“Cabaret Yiddish”, spettacolo che anticipa il più celebre “Oylem Goylem”, alterna aneddoti, battute e brani musicali aprendo una finestra su un mondo che nessuno può conoscere meglio di chi ne fa parte. Per Moni Ovadia tutti questi particolari elementi permettono di creare “il suono dell’esilio, la musica della dispersione” ossia la Klezmer, termine che deriva dalle parole Kley Zemer (in ebraico violino e clarinetto) e che sta ad indicare la musica tradizionale suonata già nel sedicesimo secolo dagli ebrei che si erano spostati nell’est dell’Europa.

L’autore ed interprete dello spettacolo così descrive “Cabaret Yiddish”: “Ho scelto di dimenticare la “filologia” per percorrere un’altra possibilità proclamando che questa musica trascende le sue coordinate spazio-temporali scientificamente determinate per parlarci delle lontananze dell’uomo, della sua anima ferita, dei suoi sentimenti assoluti, dei suoi rapporti con il mondo naturale e sociale, del suo essere “santo”, della sua possibilità di ergersi di fronte all’universo, debole ma sublime. Gli umili che hanno creato tutto ciò prima di poter diventare uomini liberi, sono stati depredati della loro cultura e trasformati in consumatori inebetiti ma sono comunque riusciti a lasciarci una chance postuma, una musica che si genera laddove la distanza fra cielo e terra ha la consistenza di una sottile membrana imenea che vibrando, magari solo per il tempo di una canzonetta, suggerisce, anche se è andata male, che forse siamo stati messi qui per qualcos’altro”. (Roberto Farina)

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