Si inaugura la mostra “Opera Grafica”, retrospettiva di Stefan Galic

galic_stefan_04Giovedì 5 novembre, alle ore 18,00, al Museo d’Arte Contemporanea Mac3 (presso il Centro dei Servizi Sociali e Culturali Sant’Agostino di via Mazzini) sarà inaugurata la mostra “Opera Grafica”, retrospettiva di Stefan Galič. L’inaugurazione sarà preceduta alle 17,00 da “La grafica nella nuova Europa”, Conversazione con Enzo di Grazia (critico d’arte), Enzo Battarra (critico d’arte),Vittorio Avella (incisore, direttore del Laboratorio di Nola).
La mostra resterà aperta, con ingresso gratuito, fino al prossimo 27 novembre con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì 9.00-13.00 martedì e giovedì anche di pomeriggio 15.00 -17.00 .
La rassegna propone uno dei più significativi grafici della Slovenia. La mostra è proposta dall’Associazione Culturale “la roggia” di Pordenone che già l’ha realizzata nella sua sede e nel prestigioso palazzo Ragazzoni a Sacile (PN).
Enzo di Grazia: “Il Novecento non è stato certamente un secolo “facile”. Le guerre “fredde” e quelle invece combattute perfino nei singoli edifici delle città hanno gettato una cappa di terrore su tutti i decenni; le stragi i massacri e i genocidi si sono susseguiti al limite della fantasia più terribile; gli Stati si sono dissolti, poi ricomposti in altre forme ed ancora frammentati in piccole unità; le ideologie, i regimi e i sistemi politici sono nati e si sono eclissati in tempi spesso rapidissimi. Chi ha vissuto questi decenni non ha avuto né vita facile né punti di riferimento utili una volta per tutte, ma molto spesso ha dovuto reinventarsi l’esistenza e i costumi.
Per quelli, poi, che hanno percorso un breve tratto di questo secolo (perché la morte li ha strappati via anzitempo, anche in maniera non violenta), le agitazioni sono state persino frenetiche, tanto sono stati veloci i mutamenti. Stefan Galic ha percorso il tratto più difficile del Novecento, nelle condizioni più delicate.
E’ nato in Pannonia al termine della Seconda Grande Guerra e tutti i problemi della ricostruzione postbellica hanno segnato la sua infanzia; si è trovato ad essere “yugoslavo” per scelte politiche al di sopra di qualsiasi volontà popolare; ha acquisito da ragazzo l’educazione dei Paesi socialisti; ha visto crollare il muro di Berlino e dissolversi la Federazione Yugoslava per ritrovarsi, verso la fine della sua esistenza, cittadino della Repubblica di Slovenia con un’apertura all’Occidente fino ad allora improponibile.
I fatti della Storia non incidono solo sui dati anagrafici o sulle condizioni materiali di vita; scavano profondamente soprattutto nel pensiero, nella cultura e nelle abitudini di ciascuno.
L’amore per la sua terra (indipendentemente dalle definizioni geografiche e politiche – Pannonia, Yugoslavia o Slovenia -) è stata la cifra dominante del suo lavoro e della sua attenzione alle cose: il Museo Etnografico e l’Atelier realizzati nella casa dei nonni ne sono la prova concreta; ma si manifesta anche nella sua passione per le farfalle, che raccolse in maniera quasi paranoica realizzando un’immensa collezione; e soprattutto determinò la scelta della xilografia per l’uso, per le matrici, di quegli alberi di cui era circondato e che amava come la sua vita.
La formazione scolastica lo aveva abituato ad una ricerca quasi maniacale della precisione, della perfezione nell’uso delle matrici e del torchio: la “scuola di Lubiana” non ammetteva deroghe ma reclamava attenzione e meticolosità. Stefan vi aggiunse una creatività che nasceva dal rapporto diretto col mondo della natura: prima i paesaggi rurali e poi i violini, prodotto sublime della lavorazione del legno; infine, le farfalle che lo riportavano direttamente alla sua passione per la natura viva. In qualche modo, il suo era un gesto “rivoluzionario”, dal momento che assegnava vita ad oggetti inanimati, ruolo di protagonista ad insetti spesso ammirati solo di sfuggita e mai osservati con amore ed interesse. La “Scuola di Lubiana” stava trasformandosi, verso la fine dell’esistenza di Stefan, e stava acquisendo elementi nuovi di interesse: la creatività, la fantasia, la capacità di costruire forme non solo mentali.
Ma stava anche trasmettendo all’Occidente d’Europa il gusto sensibile di una cura amorosa per la “manualità”, per la tecnica, per la precisione accurata.
E, in qualche modo, Galic fu tra i protagonisti di questo processo di aggiornamento portandovi quel senso radicato della natura che tendeva a sciogliersi nell’astrazione per dare vita ad un “mondo di immagini”.
Il suo ruolo centrale nella produzione grafica della seconda metà del Novecento gli fu ampiamente riconosciuto e premiato più volte; ma la cosa più importante è l’immensa molte dei materiali prodotti in un arco di vita così breve e che, fortunatamente, amorevolmente sono stati conservati e ci vengono tramandati, insieme alla sua collezione di farfalle. Risulta così possibile – ed anche abbastanza agevole – avvicinarsi alla sua figura umana e artistica per cogliere quelle tensioni e quei disagi che sono delle persone che, come lui, hanno vissuto intensamente questi anni di profonda trasformazione.
Ma anche per raccogliere una testimonianza di vita vissuta all’insegna dell’Arte (ma, soprattutto, del “fare arte”) fin quasi all’ultimo istante della sua breve vita; e quindi di un entusiasmo e di una voglia di “agire” che sono la cifra più importante della sua presenza”.

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